martedì 24 aprile 2012

Cassazione: Dell'Utri fu mediatore tra la «vittima» Berlusconi e la mafia

Cassazione: Dell'Utri fu mediatore
tra la «vittima» Berlusconi e la mafia

Pubblicate le motivazioni della sentenza del 9 marzo scorso:
deve essere provato il concorso esterno tra il 1977 e il 1982

Cassazione: Dell'Utri fu mediatore
tra la «vittima» Berlusconi e la mafia
Pubblicate le motivazioni della sentenza del 9 marzo scorso:
deve essere provato il concorso esterno tra il 1977 e il 1982

(Ansa)(Ansa)
MILANO - Il senatore Marcello Dell'Utri è stato il «mediatore» dell'accordo protettivo per il quale Berlusconi, in «posizione di vittima», pagò alla mafia «cospicue somme» per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari. Lo ha scritto la Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza che ha annullato con rinvio la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa al politico palermitano. Il processo di secondo grado, con questo rinvio, dovrà essere rifatto a Palermo davanti ad altri giudici. La prescrizione del reato inizialmente era prevista per il giugno 2014, ma la stessa Cassazione evidenzia come al processo d'Appello bis potrebbe essere applicato «il regime della prescrizione antecedente alla riforma del 2005, che valorizza il reato continuato». Così i termini della prescrizione cambierebbero «in pejus» per Dell'Utri e i tempi per la prescrizione stessa potrebbero allungarsi. IL RINVIO E GLI ANNI 1977-1982 - Il rinvio della sentenza d'appello è del 9 marzo scorso: era stata la difesa del senatore a presentare un ricorso contro la condanna a sette anni, mentre la procura generale ricorreva chiedendo un aggravio di pena, sostenendo che il reato è proseguito anche dopo il 1992. Secondo la Cassazione, però, deve ancora essere provato il concorso esterno di Dell'Utri a favore di Cosa Nostra per gli anni che vanno dal 1977 al 1982, periodo durante il quale il senatore non lavorò più per Berlusconi ma venne assunto «alle dipendenze di imprenditore diverso e autonomo, il Rapisarda». Secondo la Suprema Corte, per quegli anni nel verdetto d'Appello c'è «un totale vuoto argomentativo per quanto concerne la possibile incidenza di tale allontanamento sulla permanenza del reato già commesso».
I TERMINI - Questo «vuoto argomentativo» deve essere colmato, «ove ricorrano gli elementi», «non potendo darsi ingresso a presunzioni basate sulla bontà dei rapporti di amicizia con Berlusconi» i quali «da soli non provano il perdurare della intromissione di Dell'Utri in affari penetranti per la vita individuale dell'imprenditore dal quale si era allontanato, atteso che di ciò non risultano esplicitate neppure la ragione e le modalità concrete del concorso nei versamenti che si dicono comunque avvenuti, materialmente dunque anche ad opera di terzi, a partire dal 1978». Viene quindi chiesta ai giudici palermitani una nuova analisi che si riveli «indicativa della definitiva fine della permanenza del reato fino a quel momento consumato» con «evidenti riflessi» sul calcolo della prescrizione, oppure, aggiunge la Cassazione, che «potrà risultare compatibile, con motivazione diversa però da quella qui cassata, con il costrutto accusatorio». A cambiare in maniera afflittiva i tempi della prescrizione, inoltre, potrebbe essere il caso di un'attività non interrotta e poi ripresa, poiché i termini decorrerebbero allora «dall'ultima delle condotte dell'imputato di cui il giudice del rinvio possa sostenere motivatamente che è la oggettiva e soggettiva manifestazione della protrazione della condotta anti-giuridica in esame», poichè «troverebbe applicazione in regime della prescrizione antecedente alla riforma del 2005, che valorizza il reato continuato».
LO STALLIERE - Sono 146 le pagine delle motivazioni della sentenza 15727: secondo la Cassazione i giudici della Corte d'Appello di Palermo hanno valutato in maniera «corretta» le «convergenti dichiarazioni» di più collaboratori sul tema «dell'assunzione, per il tramite di Dell'Utri» dello stalliere Vittorio Mangano «ad Arcore, come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa Nostra». Viene ritenuta provata anche la «non gratuità dell'accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore della mafia». Ancora, si legge, che l'ingaggio di Mangano «indipendentemente dalle ricostruzioni dei cosiddetti pentiti, è stato congruamente delineato dai giudici di merito come indicativo, senza possibilità di valide alternative, di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione, è stato l'artefice grazie anche all'impegno specifico profuso da Cinà». Gaetano Cinà, amico personale di Dell''Utri e ritenuto il padrino della famiglia Malaspina fino al 2006, anno della morte, secondo la sentenza d'Appello è stato il contatto diretto tra Dell'Utri, e quindi Berlusconi, ed influenti esponenti mafiosi come Stefano Bontate, che così nel 1974 sarebbe stato in visita nella sede di Edilnord.
Redazione Online24 aprile 2012 | 15:13

lunedì 23 aprile 2012

Il fallimento di #salvaiciclisti

Il fallimento di #salvaiciclisti
Da qualche mese si può trovare in rete uno splendido video che racconta di come l’Olanda sia diventato il paradiso ciclabile che tutti noi conosciamo:



Riassumendo, il cambiamento della mobilità neerlandese si è basato soprattutto su tre elementi che hanno contribuito alla rivisitazione del modo di concepire le città, ovvero:

  1. Nascita di un movimento popolare di persone indignate dallo spaventoso numero di morti sulle strade
  2. Aumento del prezzo dei carburanti dovuto alla crisi petrolifera del 1973
  3. Forte presenza politica da parte del Fietserbond, l’associazione dei ciclisti olandesi
Guardando il nostro paese, a distanza di quasi quarant’anni possiamo notare il verificarsi della stessa, identica, straordinaria “congiunzione astrale” che potrebbe portare a replicare il miracolo olandese anche all’interno delle nostre città:

  1. L’alto numero di morti tra di pedoni e ciclisti sulle nostre strade ha portato alla nascita di un movimento popolare di denuncia
  2. Il prezzo della benzina rasenta i 2 euro al litro
  3. La Federazione Italiana Amici della Bicicletta è diventata un interlocutore politico di primo rilievo per il legislatore nazionale e per le amministrazioni locali
Per quanto i segnali siano decisamente incoraggianti, la strada per arrivare a cambiare la mobilità nel nostro paese è ancora molto lunga e irta di ostacoli. Per quanto il movimento #salvaiciclisti in questo momento possa contare su decine di migliaia di adesioni, il rischio che questo si trasformi nell’ennesimo nulla di fatto (vi ricordate di “se non ora quando”?) è ancora molto alto.

Il più grande pericolo è che tutti i sostenitori di #salvaiciclisti, sabato prossimo, in occasione della bicifestazione ai Fori Imperiali a Roma, lascino ad altri il compito di parteciparvi. Non tanto per disaccordo con le proposte fatte o per poca convinzione, ma perché sembra che gli Italiani, ormai soliti delegare ad altri la rappresentanza dei propri interessi, abbiano perso l’abitudine di lottare e impegnarsi in prima persona per ciò che ritengono giusto.

Il secondo grande pericolo è che tutti coloro che fino a questo momento stanno supportando l’iniziativa, all’indomani della bicifestazione tornino ad occuparsi di altro: in Gran Bretagna la campagna è promossa dal Times che ha saputo scomodare il Parlamento, i ministri e anche il premier, David Cameron. Grazie alla propria “potenza di fuoco”, dopo la manifestazione continueranno a vigilare per essere sicuri che l’impegno giurato dai professionisti della politica non siano semplicemente le parole vuote di chi ha riconosciuto un bacino di voti da andare a conquistare con le solite promesse fatte a vanvera. In Italia #salvaiciclisti non è stato promosso da un quotidiano nazionale ma da un gruppetto di blogger che, spenti i riflettori della manifestazione, senza il supporto di associazioni e testate giornalistiche, rischiano di trovarsi da soli, con una potenza di fuoco minima, ad affrontare una sfida troppo grande.

L’ultimo grande rischio è che sabato i politici nazionali e locali possano venire ai Fori Imperiali esclusivamente per dispensare sorrisi e strette di mano davanti alle telecamere e agli obiettivi dei fotografi e che, al momento della stesura dei prossimi programmi elettorali, ma soprattutto dopo, si dimentichino di ogni impegno preso.

La soluzione c’è: per evitare che i politici si limito esclusivamente alla solita passerella davanti alle telecamere, è necessario che i giornali continuino a presidiare con attenzione il tema della ciclabilità per essere pronti a denunciare di fronte all’opinione pubblica eventuali promesse disattese e repentini cambi di posizione. Affinché la stampa continui a parlare di politiche per la promozione della ciclabilità, è necessario che il pubblico dimostri l’esistenza di un bacino di lettori sufficientemente ampio, ovvero di persone interessate a conoscere gli sviluppi del cammino dell’Italia verso un concetto di mobilità  differente. Per dimostrare l’esistenza di un pubblico attento occorre essere almeno tantissimi ai Fori Imperiali sabato 28 aprile.

Più saremo, più sarà difficile farci prendere in giro. È per questo motivo che tutti coloro che usano la bici o vorrebbero usarla in sicurezza devono essere presenti sabato alle 15:00 in via dei Fori Imperiali.

È un’occasione unica e non è detto che ci sarà una prossima volta.

Marcegaglia spinge su articolo 18, ma i grandi industriali italiani si dividono


Per De Benedetti è "una puttanata", secondo Andrea Guerra è "un falso problema". Moretti dice che "tanto i fannulloni li licenziamo lo stesso". Nonostante l'insistenza della presidente di Confindustria, il mondo imprenditoriale sembra tutt'altro che compatto sul provvedimento
Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia
Sull’articolo 18 Emma va alla guerra ma nessuno la segue. Determinata a chiudere con una vittoria dall’alto valore simbolico un quadriennio alla guida di Confindustria da molti giudicato incolore Emma Marcegaglia si sta impegnando anima e corpo per smantellare le tutele dei lavoratori in caso di licenziamento. L’ultima chiamata alle armi per i colleghi è risuonata un paio di settimane fa dalle pagine del Financial Times dove l’imprenditrice mantovana ha definito “pessima” l’ultima versione della riforma del lavoro.

Tuttavia la lista delle defezioni si allunga di giorno in giorno e soprattutto tra i grossi nomi della nostra industria non è facile trovare qualcuno disposto a spendersi per la causa. Il primo a defilarsi è stato il numero uno di Telecom Italia Franco Bernabé, che nel curriculum vanta anche un’esperienza da economista dell’Ocse. Già lo scorso dicembre aveva giudicato il tema dell’articolo 18 “totalmente fuori tempo e fuori luogo” e aveva fatto notare come tutele simili esistano in tutto il mondo occidentale. Al timone di un gruppo da 84 mila dipendenti, Bernabé, aveva anche sottolineato la scarsa incidenza che la norma ha nella pratica e classificato l’attacco nei suoi confronti esclusivamente ideologico.

Del resto l’irrilevanza pratica della questione pare essere una faccenda più di numeri che di opinioni. Secondo i dati dei sindacati i reintegri in azienda legati all’articolo 18 sono un centinaio all’anno e come spiega un dettagliato studio del sito La Voce la norma non sembra avere effetti significativi neppure sulle scelte strategiche delle aziende. A far vacillare un altro luogo comune made in confindustria secondo cui l’art 18 sarebbe lo spauracchio degli investitori esteri ci ha invece pensato l’amministratore delegato di Ikea Italia Lars Petersson. Dopo aver annunciato lo spostamento in Piemonte di alcune produzioni prima realizzate in Asia ha infatti affermato che i problemi per chi investe nel nostro paese “ derivano dalle incertezze sui tempi della burocrazia e della politica e non dall’art 18”.

Tornando agli imprenditori italiani le parole più dure e colorite in materia le ha pronunciate Carlo De Benedetti, presidente del gruppo L’Espresso, secondo cui il dibattito sul tema è “una puttanata” e l’articolo 18 una “minutaglia irrilevante”. Più soft nei toni ma non troppo diversa nella sostanza la posizione di Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, che sul Corriere della Sera ha definito l’art.18 un “falso problema” e sottolineato come nel paese ci siano “temi più rilevanti”. Ad esserne convinto è anche Mario Moretti Polegato, presidente e fondatore del gruppo Geox che ha spiegato come i veri nodi del nostro mercato del lavoro siano “la formazione dei giovani e lo sfoltimento dei contratti”. La battaglia per i licenziamenti facili non infuoca neppure gli animi dei manager pubblici. Interpellato da Radio 24 l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti ha tagliato corto affermando che “quando ce ne è stato bisogno i fannulloni li abbiamo licenziati indipendentemente dall’articolo 18 e ne abbiamo licenziati molti”.

Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni ha scelto a sua volta e non a caso il Financial Times per affermare che la riforma del lavoro è in ogni caso “un passo avanti e non un passo indietro”. Doveri di scuderia impongono infine a Giorgio Squinzi di mantenere un basso profilo sul tema. Il patron della Mapei, che si appresta a sostituire Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria, ha comunque recentemente affermato di non ritenere l’articolo 18 un elemento frenante per lo sviluppo del paese e sottolineato come la vera emergenza sia la disoccupazione record.

di Francesco Maria Molko